La ragazza di via Millelire

Si apre uno spazio d’ospitalità per una ragazza, che si definisce ed è una “storica della memoria”, e promuove questo blog, e risponde a tono a certi squallidi personaggi. Ecco quel che scrive e una sua polemica:

“Ringrazio l’ospitalità di Gianni Serra. Queste note forse lo interesseranno, dopo vari decenni della nascita del suo bellissimo film “La ragazza di via Millelire, sono ancora in vita, sprezzanti, i portaborse dei vari Grazzini, Rondi, Farassino, Caprara, che, nel 1980 giovani arrampicatori, non hanno dimenticato odio, livore, tramandando rabbia senza un filo di autocritica.
Io, in FaceBook mi chiamo Pingping Pong, sono nata a Venezia il 14 dicembre 1979, mi sono laureata in Storia all’Università di Milano, indirizzo “La memoria”.
E, conseguente, “mi dedico alla memoria altrui”. In questo periodo al blog di Gianni Serra e al suo “la ragazza di via Millelire”, tentando di promuoverli nel mare confuso di FaceBook, stracolmo di stupide fotografie e di “componimenti” tipo “cioccolatini perugina”.
Per gli indirizzi cerco di indirizzare i miei “inviti” a persone che si occupano di cinema, o apparentemente colte. Un caro amico critico cinematografico, Gianfranco Cercone, mi aiuta quando può.
Di recente mi ha segnalato un nome, quello di un critico cinematografico, saggista, presente in vari comitati organizzativi di Festiva, come quello di Roma. Una persona di valore? Giudicate voi leggendo la mia corrispondenza con lui, messaggi scambiati.
Il 26 novembre 2014 gli scrivevo:

“Il tuo nome mi è atto segnalato da Cercone, vorrei pubblicare sul tuo sito questo invito, che invio a molti:
“Io, storica della “memoria”, segnalo agli appassionati di cinema questo importante e raro blog:
gianniserracinema.wordpress.com
invitando te e i tuoi amici a guardarlo, diffonderlo, iscriversi.
L’iscrizione è gratuita, semplice: si lascia un nick, una propria mail (invisibile a tutti) e si avrà la possibilità immediata di scrivere liberi commenti sulle varie pagine del blog.
A completamento, segnalo un importante film dello stesso autore del blog:
La ragazza di via Millelire, in concorso al Festival di Venezia 1980: vedi pagina in Wikipedia, e vedi in Cahiers du Cinéma: Gran Premio della Giuria e del Pubblico a Hyeres 1981.

La risposta immediata del “critico”:

Io c’ ero a Venezia e lo ricordo bene: non era un film memorabile

Mia replica:

Anche Grazzini la pensava così… Lo hai rivisto? Il film, dico. Guarda in Wikipedia, c’è un rosario di critiche veneziane… e se esplori il blog di Gianni Serra e ti prendi cura di leggere, forse impari qualcosa… Grazie, clone di Farassino e Grazzini e D’Amico giurata. Ma Umberto Eco, giurato al Festival di Venezia 80, lo riteneva tanto “memorabile” da volerlo premiare col Leone d’oro. Idem il giurato americano. Lo sapevi? E’ documentato.

 Scusa: poi mi spieghi come fai a ricordare bene un film “non memorabile”? Il film 1000 lire era in concorso al Festival di Venezia 80… dopo tantissimi anni una roba “non memorabile” non la si ricorda… chiedi in giro se sbaglio… comunque l’italiano bisogna conoscerlo, forse sei straniero… infatti non rispondi, forse non capisci quello che ho scritto.

Lui:

Sì, grazie: forse puoi darmi delle lezioni. Comunque mi ricordo perfettamente un film mediocre e mi ricordo perfettamente che non aveva alcuna qualità per essere memorabile

Io:

Scusa, ma non ce la fai a spiegarmi come fai a “ricordare bene un film non memorabile”? E poi ricordare perfettamente un film che definisci “mediocre” è da Pico… la tua memoria “mostruosa” sarà ai limiti dell’implosione… attenzione, perché di film “mediocri” ne avrai visti, ne vedi, ne vedrai tantissimi… penso a quanti incubi notturni avrai, poverino…. e che confusione tra i tuoi allievi! Insegni, vero? Oltre a farti cacciar via dai festival nonostante i tuoi maestri e sponsor tipo Grazzini, sai bene a chi mi riferisco, “lui” non è più un giovincello, neanche tu lo sei più… per cui dovresti essere meno “sicumero”, tipo caporale per cui il regolamento è sacro, immodificabile…

Ma adesso ti scrivo due righe serie. Chi sono lo sai, un’ex ragazza, non promuovo (gratuitamente) solo Gianni Serra e il suo blog (che lui ormai cura poco, è vecchio e non tanto sano, 81 a dicembre, ma ci pensano Gioia Benelli e Tomaso Sherman) e quel suo film 1000 lire che a me piace moltissimo, e da quando è in rete (1 anno) raccoglie moltissimi consensi, gli dedicano libri, saggi, proiezioni e rassegne, insomma al nord è diventato un film cult presso tantissimi (scusa il termine “cult”, lo detesto, ma chiarisce)… insomma perché non fai lo sforzo di rivedertelo, di farlo vedere ai giovani d’oggi?… Le sensibilità mutano nel tempo… a questo proposito nel blog ci sono in proposito pagine importanti, secondo me, tutta la sceneggiatura, per esempio, che è, a mio vedere, un capolavoro… Riandando al passato, chissà quanti “classici”, amatissimi un tempo, oggi ti deludono… io, data l’età sono un po’ più al sicuro, tuttavia mi son già capitate improvvise delusioni, improvvisi stupori… anche leggendo libri, rileggendo, dico…
Ciao.

Lui:

No, i classici sono tali proprio PERCHÈ non mi deludono e prima del film di Serra ci sono
200 mila film migliori di cui bisognerebbe assicurarsi la conoscenza. Inoltre faccio fatica
a seguire il discorso, con tutti quei puntini di sospensione .
Inoltre ci sono delle allusioni che non capisco e che mi suonano minacciose.
Preferirei finirla qui. Sorry

Io:

Ok, agli ordini: si finisce qua. Ma ti faccio notare che non mi hai mai risposto sul come fai
a “ricordare molto bene un film non memorabile”.
Infine, la tua struttura “chiusa” (di testa e sensibilità) sta nella ridicola affermazione che
i classici sono tali “proprio perché non ti deludono”.
Dunque tu mai e poi mai deciderai di cambiare un’opinione, un amore.
E data “la pietra immutabile” che sei, anche in politica sarai così. Povere davvero le
persone che vengono in contatto con te.
Poveri coloro ai quali insegni sempre con le stesse parole. Poveri coloro che hanno la
ventura di essere forse selezionati da te per un festival, una rassegna. Poveri puntini
di sospensione che ti distraggono… Mai consultato uno psicanalista? Ti servirebbe.

Lui:

Chiedilo alla tua infermiera. Addio

Io:

Addio… come il lungo addio!

Come sei romantico… ah se non fossi una ragazza anche se ex e tu più giovane! Sapessi poi quanto io ammiri coloro che come te scrivono saggi su “classici” di autori come Calopresti tralasciando tanti inutili Altman! Hai ragione, i “classici” alla Calopresti sono indimenticabili, non deludono mai, sempre memorabili!”

Lo scambio di messaggi termina qui, per ora. Ma non la dovuta informazione su chi sia questo tale amante di Calopresti. 









Tuttavia lascerei la curiosità, anche per non fargli pubblicità. Nella sua confusa e presuntuosa pagina di Face Book pesco una sua frase, sul come si definisce politicamente, che costituisce una traccia per coloro che vogliono cercarlo. Scrive di essere un “anarchico stoico”… Come Grazzini? Caprara? Farassino? Oppure il suo protettore Rondi?… Ma sì, Gian Luigi  Rondi, sempre attivo, noto rivoluzionario…”

Grazie mia ironica e sferzante “storica della memoria”. Stai facendo un bel lavoro. Dalla pagina di questo “anarchico stoico”, cresciuto tra le braccia dei più che reazionari critici cinematografici Giovanni Grazzini (1925-2001) e Gian Luigi Rondi (1921… il decano immortale, ricoperto di un medagliere super patacca – ora siamo in dicembre 2014, che viva altri cent’anni!) , estrarrò qualche chicca, che prima o poi qui apparirà. Ma per ora, e forse per sempre, ecco poche notizie tratte dalla pagina Wiki del “cinico anarchico”. Nato nel 1958, ai tempi della “La ragazza di via Millelire”, in concorso al Festival di Venezia 80, era dunque un portaborse ventiduenne di belle speranze. Insegna ahimè, organizza festival dai quali viene cacciato, si ripropone, il suo Rondi lo aiuta, fa anche il regista, si autopremia, scrive saggi, eh sì, anche su Calopresti. Dice che scrive su quotidiani tipo La Repubblica, mai visto, anche perché in questo ex mio quotidiano dominano la Aspesi e Curzio Maltese… leggete quel che scrivo in altra pagina (indicata) sull’attuale critica cinematografica. Quel che sorprende, e in qualche modo gratifica, è il suo livore a distanza di decenni nei confronti di un film che evidentemente lo ha sconvolto profondamente. E poiché è un “anarchico stoico” ci sputa contro, ossessionato.

Sempre grazie al lavoro di questa giovane “storica della memoria”, riporterò al più presto un esemplare scambio con Valerio Caprara, uno dei sopravvissuti critici che linciarono “La ragazza di via Millelire” al Festival di Venezia 80, definendolo con elegante professionalità “… l’accozzaglia di devianti più ripugnante che si possa assemblare in periferia… “. Vedi la scheda del film in Wikipedia.

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sottotitoli in francese                                                                      

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LA SCENEGGIATURA DEL FILM “LA RAGAZZA DI VIA MILLELIRE”

PER VISUALIZZARLA CLICCARE

SU

IL PANE E LE ROSE

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Oria Conforti e Gianni Serra al lavoro

DA CINEMASESSANTA 238 n. 6/97

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«LA RAGAZZA DI VIA MILLELIRE» Di GIANNI SERRA

UN’OPERA PREGEVOLE E MALTRATTATA

ARTICOLO DI AURELIO GRIMALDI

CINEMASESSANTA 238 

IN CHIARO

Nel mese di settembre è stato per l’ennesima volta ritrasmesso, in pompa magna, con trailers televisivi densi di palpiti sociali, Mery per sempre, il film di Marco Risi (’89) tratto dal mio libro, e alla cui sceneggiatura – firmata da Petraglia e Rulli – prestai la mia prima collaborazione cinematografica della vita. li film ha rastrellato ancora una volta un notevole ascolto, e ha raccolto, nelle presentazioni dei quotidiani, una abbondantissima quota di stellette e favori, confermandosi, nell’anima degli estensori di queste note critiche, come film svolta nel cinema realistico e sociale italiano. A caval donato non si guarda in bocca.
Ma nove anni prima, nel 1980, un bellissimo film di Gianni Serra, La ragazza di via Millelire, veniva presentato a Venezia tra lo scandalo e il disgusto unanime di amministratori, politici, notisti, e soprattutto critici. Uscì furtivamente nelle sale l’estate successiva, con un nuovo montaggio, anche questo però incapace di preservare strali e vituperi. Poi non se ne seppe più niente. Ricordo nitidamente, nonostante fossi ancora giovanissimo, e il cinema, per me, solo un ancora indistinguibile sogno, alcune critiche inferocite, e l’amministrazione di Torino, che aveva con la Rai prodotto il film, prendere, come tutti, chilometriche distanze. Solo quel galantuomo del sindaco Novelli difese il film con l’onesta frase: «Vogliamo che la gente cono-sca la verità su certi quartieri». Ma l’ispirazione del film non fu certamente solo sociologica, bensì rappresentativa di una condizione umana che va ben oltre i quartieri disperati di Torino.
Abbiamo recuperato la recensione d’epoca del rispettato e rispettabile Giovanni Grazzini (Corriere della Sera): l’estensore appare incontrollatamente ripugnato; in tutto il testo fuoriesce la furia di chi è stato messo di fronte ad una realtà (cinematografica ma vitale) che si rifiuta di riconoscere se non replicando a suon di insulti, sostantivi dispregiativi, aggettivi (negativi) al superlativo, parte dei quali troverete da me sottolineati nel testo che segue: «Il film gronda fango d’ogni parte, per colpa d’una sceneggiatura e d’una regia compiaciute del Brutto e dello Sporco fino al cinismo. (…) Una folcloristica galleria di repellenti mostriciattoli, interpretati da ragazzacci presi dalla strada, con al centro una poverella, la volgarissima Oria Conforti, cui si affianca nella parte goffissima dell’assistente sociale la rozza Maria Monti. (… ) Il cattivo gusto non favorisce la promozione civile, il sociologismo da quattro soldi non fa fiorire gigli poetici dal letame».
Stranamente ricordavo benissimo tutti i dettagli di quella infausta presentazione festivaliera. Così che quando, finalmente, due anni fa e sedici anni dopo, nei palinsesti notturni della Rai, vidi apparire nei soliti orari da nottambuli La ragazza di via Millelire, non mi feci certo beccare impreparato.
Il film di Serra, nove anni prima di Mery per sempre, sceglieva per protagonisti le canaglie delle periferie torinesi, mettendo loro in bocca il linguaggio che loro apparteneva (un coloritissimo miscuglio di torinese e meridionale), girando in presa diretta in quei quartieri, e scegliendo come faccia delle istituzioni (molto più presenti ed organizzate che non nella Palermo di nove anni dopo) non l’eroico maestro impersonato da Michele Placido, ma la disincantata assistente sociale Maria Monti, secondo me, con buona pace di Grazzini, qui credibile e bravissima.
Dei due film, non ho difficoltà ad ammetterlo, e non solo per motivi storico-cronologici, il più importante è quello di Serra. Casualità volle che pochi giorni dopo la visione video de La ragazza di via Millelire mi recassi a Torino, invitato da Alberto Barbera del Festival del cinema Giovani, per coordinare un cosiddetto «workshop» per i giovani cineasti europei della Biennale, per realizzare con loro un cortometraggio video in città. Raccontai con entusiasmo ad Alberto di quel film totalmente torinese e scoprii, con mia grande sorpresa, che Alberto non l’aveva mai visto e che nemmeno sapeva che fine avesse fatto l’autore. Del cui futuro mi interrogavo e interrogo anch’io, e con una certa preoccupazione. L’autore di un film così coraggioso, così nuovo, così illuminante, soprattutto così raro nel cinema italiano, che sparisce nel nulla, o che non sia nelle condizioni di realizzare altri film come quello, è fatto che ci preoccupa e irrita non poco.
Una domanda incombe nell’aria: come tentare di spiegare, a distanza di tempo, una così diversa accoglienza critica verso due film ispirativamente simili come La ragazza di via Millelire e Mery per sempre, a tutto svantaggio del film più rivoluzionario, più scomodo, più coraggioso?
In passato mi era capitato, esattamente nel ’93, a Siracusa, di riflettere pubblicamente sull’infausta miscela di un film che si trovi contemporaneamente nella condizione di essere disprezzato alla critica e rifiutato dal pubblico: nello specifico avevamo invitato a Siracusa due autori a mio avviso molto importanti come Marco Tullio Giordana e Salvatore Piscicelli, che erano già incorsi in quell’infausta condizione pagandone troppo dure conseguenze: Giordana nell’81 con un film che riproponemmo proprio a Siracusa, La caduta degli angeli ribelli, altra opera, secondo me, diversa e importante. E poi nuovamente, ben sette anni dopo, con Appuntamento a Liverpool (’88), film meno diverso e meno importante ma comunque rispettabile, cadendo, dopo questo consecutivo rifiuto critico, in una condizione creativa molto difficile che lo portò a realizzare Pasolini, un delitto italiano dopo ben sette anni dal precedente lungometraggio. Piscicelli, invece, aveva diretto nell’87, in (per quei tempi) coraggiosissimo bianco e nero, Regina, un film, appunto, rifiutato sia dalla critica che dal pubblico. Da qui le successive difficoltà produttive di Piscicelli che, nei restanti 11 anni, da Regina ad oggi, riuscì a realizzare il solo Baby Gang, con i magrissimi finanziamenti del famigerato art. 28, e poi più nulla. Si annuncia, dopo troppi anni di oblio (per l’esattezza sei), una nuova – ma troppo tardiva, signori! – rivalutazione di Piscicelli che, tra gli altri meno preziosi elementi, ha portato con sé l’annuncio di un nuovo film, prodotto dall’ottimo Enzo Gallo.
Non ci possiamo scandalizzare se il pubblico, piuttosto spesso, rifiuti film difficili ma importanti. Rifiutò a suo tempo Miracolo a Milano e Umberto D; rifiutò quasi tutto Antonioni compreso Il grido e L’avventura. Respinse in blocco Godard e Bresson. Tutto archiviato, ragionato, e ormai già scritto. L’allarme giunge, e va adeguatamente esaminato, quando la critica unisce, al rifiuto del pubblico, e contro film di valore ma «diversi», i suoi alti strali. Ed essendo la cinematografia arte terribilmente e selettivamente costosa, che non si può certo compiere acquistando da sé, come in pittura o letteratura o musica, i pochi mezzi necessari per realizzarla, e poi attendere il giudizio più lieto dei posteri, ebbene, se un Autore cinematografico non può nemmeno appigliarsi al sostegno della critica, le sue condizioni produttive rischiano di diventare vischiosissime e paludose finanche alla riduzione, per anni o per sempre, nel silenzio.
Perché La ragazza di via Millelire non è un film che abbia ancora oggi ricevuto, diciotto anni dopo, quanto meritava? Sul secondo numero della nuova serie di Sentieri Selvaggi di qualche mese fa ci siamo dilungati nel tentare di descrivere le impervie strade del cinema da noi ribattezzato «disturbante».
Ed ecco le nostre ragioni: Mery per sempre inseriva le scorribande dei ragazzini «scanazzati» di Palermo in una Struttura tipicamente proppiana-hollywoodiana: coraggioso intrepido maestro va ad insegnare nell’inferno del carcere minorile di Malaspina incontrando mille umanità e duemila ostacoli. Ma con la forza della sua energia e del suo coraggio riuscirà a ottenere (happy end) dei visibili risultati: i ragazzi saranno con lui. Ecco dunque che, IN CAMBIO di un linguaggio del tutto innovativo e da anni e anni sconosciuto al cinema italiano (il tentativo di Serra, difatti, non fu notato da nessuno: lui scoprì l’America, ma i meriti se li prese Colombo. Anche se occorre sottolineare che certamente nessuno tra chi scrisse e realizzò Mery per sempre conosceva o conobbe il film di Serra: certamente né io né Marco Risi, che a tutt’oggi non ha mai visto quel film) – in cambio di quel linguaggio, dicevo, – lo spettatore (ed il critico) vennero ricambiati con una Struttura vagamente mielosa e un pochino «cuore in mano». Il film di Serra, invece, non propone scambi di alcun tipo: al linguaggio aspro e naturale di quei ragazzi e ragazze (la protagonista è la bravissima – con buona pace anche qui di Giovanni Grazzini – Oria Conforti) oppone percorsi narrativi ugualmente irti e spiazzanti, senza vie indulgenti, senza sentimentalismi, senza facili commozioni. I ragazzi e ragazze del film non solo dicono «minchia» (e noi che credevamo, con Mery per sempre, di aver portato per primi nel cinema simili parole!) e bestemmie («Dio fa» è quella più ossessivamente ripetuta), ma conducono le loro giornate insultando handicappati, distruggendo lampadine pubbliche, facendosi di droga e offrendosi alla prostituzione. Serra, a sua volta, offre al pubblico il primo travestito del cinema italiano (che canta, tra gli insulti dei passanti, Albergo a ore di Herbert Pagani), precedendo anche qui, e ancora una volta, l’ignaro Mery per sempre. Serra osserva verghianamente i suoi personaggi senza scivolare in quello che noi chiamiamo il Realismo Rancoroso, ovvero il compiacimento visibile verso le brutture che sta raccontando. Serra mostra pietà e compartecipazione verso quei ragazzi. Ma questo non lo induce (ricordate un certo Francis Ford Coppola, super gettonato dalla critica, alle prese con le pietosissime canaglie Mickey Rourke e Matt Dillon, patetici inascoltabili fratelli perduti in Rusty il selvaggio del 1983′? Sono questi i grandi film sulla gioventù bruciata degli anni ’80’?) a lacrime da coccodrillo e sentimentalismo sgorgante a piene mani.
Un film storicamente importante, e un autore coraggioso, prezioso, talentuoso. Chiedo a Cinema Sessanta, coi suoi potenti mezzi, di farci sapere un po’ di più di questo autore; di pretendere una maggiore meritatissima visibilità, di ipotizzare un’ormai necessaria retrospettiva. E i critici dell’80? Fare una ricerca approfondita? Stendere un velo pietoso? Riposino in pace.

Aurelio Grimaldi

Postilla di Mino Argentieri, direttore di Cinemasessanta: L’anno prossimo, la Biblioteca «Umberto Barbaro» e Cinema Sessanta intendono organizzare a Roma una rassegna dedicata ai film italiani a torto dimenticati. Avremo perciò modo di esaudire la richiesta di Aurelio Grimaldi, le cui motivazioni condividiamo. Ci preme, però, ricordare che non tutte le voci della critica furono negative nei confronti del film di Gianni Serra, anche se la maggioranza non riuscì a cogliere gli elementi innovativi e coraggiosi di La ragazza di via Millelire.

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Ecco qua, Mino Argentieri tenne fede alla sua promessa. La Rai fornì una copia indecente, deteriorata. Quanto al pubblico, che applaudì, quello a pagamento accorse numeroso, ma tra gli “invitati” non si vide ombra di critico in missione “verifica”, se non altro, e nemmeno un collega regista, tra i tanti che trinciarono giudizi senza mai avere visto il film. Eppure, a parte Mino e Aurelio, presentavano la serata Diego Novelli e Carlo Lizzani.

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PER AURELIO GRIMALDI

LETTERA AD UNA MOSCA BIANCA

di

 Gianni Serra

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IN CHIARO

Caro Aurelio, nel numero 6-238 di CINEMASESSANTA, e quindi parecchi mesi fa, tu hai scritto un lungo, bellissimo articolo sul mio film “La ragazza di via Millelire”, confrontandolo con il fortunato “Mery per sempre” di Marco Risi, tratto dal tuo bel libro e alla cui sceneggiatura tu collaborasti.

In sostanza chiedevi notizie su quale fine io avessi fatto e sollecitavi perché finalmente si riaprisse un dibattito attorno a un film, il mio, da te valutato “così coraggioso, così nuovo, così illuminante, soprattutto così raro nel cinema italiano”, e tuttavia, insieme al suo autore, dal 1980 ad oggi sparito nel nulla.

A parte una nota di Mino Argentieri che preannunciava una rassegna dedicata ai film italiani a torto dimenticati, nessuno, come era prevedibile, né autore né critico né intellettuale, ha pensato che valesse la pena di raccogliere il tuo appassionato e argomentato invito. E allora lo faccio io, adesso. Prima di tutto ringraziandoti e poi dicendoti anche il “perché”, a mio vedere, il tuo appello sia stato disatteso.

Il tuo appello è stato disatteso innanzi tutto per il fatto che tu, forse come me, sei prematuramente diventato un autore scomodo, spiazzante, per “colpa” soprattutto dei tuoi ultimi film che i soliti catalogatori di professione non sanno come e dove incasellare. Il bravo-ragazzo-serio-giovin-autore di “Aclà” e delle “Buttane” è diventato un “ricercatore” mascalzone, che si diverte, peccato gravissimo, anche coi macellai e le donne lupo. E, peggio, ama curiosare, senza usare lanciafiamme e distruggere, tra le periferie disastrate e straccione e violente delle città.

Il tuo appello è stato poi disatteso perché “La ragazza di via Millelire” forse dà ancora fastidio a chi lo ricorda, mette in crisi, anche oggi è fuori tempo.

Era fuori tempo e fuori ragione in quell’anno 1980 in cui fu presentato in concorso al Festival di Venezia. Anche se, a dire il vero, era lui, l’anno 1980, ad essere fuori tempo e fuori ragione: in quanto anno in cui la mala grazia craxiana vinceva, il mondo incominciava ad essere, programmaticamente, dominio dei furbi e dei ladri, aveva crisma ufficiale l’onda montante della corruzione pubblica e privata, ma, imperativo categorico, la realtà doveva essere vendibile, e dunque era indispensabile che apparisse gradevole e profumata, onesta ed ottimista, non fastidiosa e maleodorante come un “panno sporco”.

Ma dal momento che anche oggi il “panno sporco” va nascosto, perché il dio mercato-spot-soap tollera al massimo un blob, ecco che soltanto pochi intimi, però di ogni paese, osano considerare “La ragazza di via Millelire” un film “culto”, per usare questa brutta definizione di norma utilizzata per quasi tutta la spazzatura-spettacolo. E se esiste qualcun altro che lo apprezza e magari anche lo ama, per carità, non bisogna farlo sapere, soprattutto se si tratta di un “amante” giovane come te: il suo entusiasmo potrebbe diseducare, frenare il selvaggio “liberismo” dell’odierna merda-patinata “al mercato” che viene quotidianamente scodellata.

Fatta questa premessa, ne farò un’altra: per ricordare al gentile gruppo di lettori che scorrono queste righe di che cosa si stia parlando, del perché si chiacchieri tanto di tal “La ragazza di via Millelire”.

Ecco qua: “La ragazza di via Millelire” è un film da me realizzato sul finire degli anni ’70, e si chiacchiera di lui perché fu un film massacrato in modo insolito, alla sua presentazione in concorso al festival di Venezia, dalla maggior parte della critica cinematografica ufficiale, sia di destra che di sinistra e di centro. Massacrato in tal modo da diventare insieme al suo autore un surgelato infetto. Fu definito, dai più generosi, “letame”. Il film, dicevano, aveva il cattivo gusto di rappresentare, in modo cinico e volgare e senza lacrimette di pietà, in modo cioè non “artistico”, i giovani “orrendi mostriciattoli” della periferia disastrata di Torino, per tentar di riparare la quale il sindaco comunista di allora, Diego Novelli, molto si diede da fare, promuovendo anche, appunto, questo film “letame”. Naturalmente Diego Novelli fu ripagato a sua volta, per quest’iniziativa: con insulti e volgari calunnie. Per esempio dissero che aveva tratto benefici economici sottobanco, dalla Rai produttrice e da me. E questo accadeva solo un paio d’anni prima del giorno in cui lui, Diego Novelli, incominciasse a Torino il suo noto, personale “mani pulite”, che riguardava alcuni corrotti, e condannati, socialisti amministratori della città. E’ amaro constatare come, a seguito della sua denuncia, egli venne poi ripagato da un gruppetto di compagni: con l’esclusione dalla direzione del suo partito d’allora, nonostante il disappunto e l’opposizione di Berlinguer.

Fare l’elenco dei critici “cattivi” e “buoni” e “incerti”, che si sono interessati a “millelire”, mi stuzzica. E’ utile per la “storia del cinema”? Forse sì, forse no. Ma poiché può essere utile ad informare circa i promotori e i partecipanti, volontari o no, di un certo complottino – “complottino”, avete letto bene – arriverò al compromesso di citare una selezione brevissima.

Tra i “cattivi”, la palma della volgarità spetta a Grazzini e a Farassino, poi seguono Rondi, Caprara, Cosulich, Borelli, Micciché, Aspesi e tanti altri. Tra i “buoni”, ricordo Mino Argentieri, Roberto Silvestri, Lietta Tornabuoni, Morando Morandini, Carlo Di Carlo, Moravia, Cantelli e il compianto Buzzolan. Tra gli incerti, soprattutto Kezich.

E nella giuria?

Tra i “cattivi”, la palma va alla “furibonda”, in quel caso, Suso Cecchi D’Amico che, stando alle parole di Mela Cecchi, voleva anche denunciarmi per aver io, nel film, osato battezzare alcuni “mostriciattoli” (erano un centinaio questi “ragazzacci”, attori non professionisti), col nome delle sue figlie e nipoti (Silvia, Caterina, Mela, Nanà). Seguiva Gillo Pontecorvo, il quale però oggi non ricorda più nulla; o dice di non ricordare.

Tra i “buoni”, oltre al giurato americano che propose subito la distribuzione del film nel prestigioso circuito cinematografico universitario degli Stati Uniti, si distinse Umberto Eco, allibito per la qualità e quantità d’odio e di improperi rovesciati su di un fim per lui meritevole di Leone.

Questo il quadro. Ma il “complottino”? Io sarei uno di quelli additati al pubblico sarcasmo perché vedo complotti? E che anche osa fare quella cosa tanto fuori moda e disprezzata, soprattutto dai voltagabbana, che si chiama “dietrologia”?

Sì, sono uno di questi. Credo che i complotti esistano. E quando li vedo, ne parlo. E, poiché rimpiango anche le ideologie, faccio in continuazione della dietrologia. Proprio come uno storico non distratto dovrebbe fare.

Io penso davvero, e so, che “La ragazza di via Millelire” fu prima di tutto vittima di un complotto, preparato, razionale. Un complottino, se volete, ma sempre della famiglia dell’intrigo di professione: nauseante, criminale.

Un complotto da parte di chi?

Da parte di coloro che, oltre a cogliere volentieri l’occasione di gettare fango sul comunista Diego Novelli, temevano che un qualche riconoscimento positivo e nessuna bagarre per “millelire” aumentasse la difficoltà di far fuori – in omaggio alla volontà di Craxi – il direttore di Rai2 e produttore del film Massimo Fichera. E infatti Fichera, secondo la volontà del capo assoluto, fu, come previsto, rimosso dal suo incarico Rai: presto, un paio di mesi dopo la conclusione del Festival.

Come sarebbe stata possibile attuare questo dictat di Craxi se un film voluto da Fichera avesse avuto un riconoscimento ufficiale, un’accoglienza critica favorevole, magari una diffusione con successo di pubblico?

Timorosi di questa eventualità, i servi zelanti di Craxi si scatenarono.

Che una banda di ragazzotti, a me ben noti, facesse irruzione nella Sala Grande a inizio della prima proiezione del film “La ragazza di via Millelire”, urlando “basta con questo Serra servo dei comunisti” (in verità io ero e sono cane sciolto, a quel tempo ero più vicino al Manifesto e a Lotta Continua), fu un segnale significativo d’un clima che si voleva instaurare.

Fu abbastanza semplice convincere alla causa-Craxi un paio di addetti ai lavori. La corruzione morale ed economica non è infatti un’esclusiva di politici o giudici o finanzieri; riguarda, come si sa, oltre agli autori cinematografici, anche critici, intellettuali e simili.

Nel clima drogato del Festival di Venezia, dove un certo dissennato malcostume della critica che per una decina di giorni si sente “diva” ha avuto spesso modo di manifestarsi sgradevolmente, fu abbastanza facile per questo paio di “craxi-guidati” instaurare un clima isterico di linciaggio nei confronti del mio film. Chi era presente alla proiezione riservata alla stampa, può, se onesto e non omertoso, ricordarlo e ammetterlo.

E gli autori? La solidarietà?

Eh, gli autori…

Caro Aurelio, ho intitolato “lettera a una mosca bianca”, questa mia risposta. Questa mosca bianca sei tu, l’unico autore esistente o defunto che abbia mai avuto il coraggio e la generosità, in Italia e fuori d’Italia, d’indignarsi pubblicamente per il linciaggio d’un film andando contro il parere cosiddetto “critico” dei più, fottendosene del rischio di diventare “antipatico”, sgradito alla stampa.

Se qualcuno conosce un esempio uguale, si faccia avanti, informi.

Eppure hanno insegnato anche a te, Aurelio, che i critici vanno blanditi, resi amici, omaggiati. A me dicevano: impara da Antonioni, che ad ogni ricorrenza consulta il suo schedario perfettamente ordinato e scrive ai critici delle belle letterine gratificanti. Io non so se questo sia vero, per Antonioni, ma è certo vero che questa raccomandazione e l’esempio a me li abbiano fatti e rifatti, eccome!

Che ci sia non riluttanza ma vera e propria pavidità ed egoismo nel rifiuto di schierarsi contro i critici, per un autore, lo testimonia il seguito di questa brutta storia di “millelire”.

A massacro caldo e anche freddo contro il mio film, io mi battei contro questi critici che avevano abdicato ai più elementari principi etici del loro mestiere – una critica può essere feroce, ma non può mai essere composta da insulti e menzogne-, organizzando proiezioni e dibattiti. Fui aiutato dai “buoni” sopra elencati, e dai Cahiers, da Variety, da Cinema e Cinema, da Radio Popolare, da Cinemetropoli. Ma nessun autore ebbe il coraggio di dare pubblicamente la sua solidarietà. L’ANAC, allora presieduta da Citto Maselli, non azzardò comunicati di sorta, pur essendo specialista in comunicati. Anche Citto, che pure si attivò con molta amicizia, lo fece sempre privatamente, mai pubblicamente. E’ triste ricordarlo, ma lo stesso Zavattini, all’inizio entusiasta della decisione di promuovere una presa di posizione ufficiale degli autori a proposito del mio film contro un certo sistema di fare non critica ma “linciaggio”, alla fine si ritirò, scusandosi con me con la giustificazione che Monicelli gli aveva detto che “La ragazza di via Millelire” era un film brutto, anche se non lo aveva visto, e che quindi non valeva la pena di fare battaglie per dei film brutti. Sì, la questione di principio, ma insomma… mica si trattava di un capolavoro come Umberto D.! In fin della fiera si trattava sempre di “letame”…

Ecco qua. Come vedi, cara “mosca bianca”, certo più “rara” del mio film, sono ancora vivo. Spero di conoscerti e incontrarti, magari rapito da qualche donna lupo.

Sono ancora vivo, sì. Ma per il cinema, artisticamente, io sono morto da allora, dal 1980. Da circa vent’anni.

Non ho più provato a far film? Eccome, voglio raccontarti uno dei miei tentativi, episodio senz’altro educativo per i giovani.

Una decina d’anni fa proposi ad Angelo Guglielmi, allora prestigioso direttore di Rai3, un film tratto dal “Seminario sulla gioventù” di Aldo Busi. Guglielmi parve entusiasta e mi commissionò subito un trattamento per Lire 700.000. Mi raccomandò anche di trovare coproduzione e produttore, di presentargli insomma un pacchetto realizzativo ben confezionato. Cosa che io feci puntuale, gratis e con grande impegno. Dopo un anno e più di lavoro consegnai a Guglielmi una sceneggiatura (compensata con le Lire 700.000 del trattamento), “portai” un produttore nella persona di Roberto Cicutto, una coproduzione “ufficiale” Gaumont con scheda di favore e approvazione per la sceneggiatura: l’intero pacchetto richiesto, cioè. Guglielmi, senza ricevermi, mi fece sapere che rifiutava di realizzare il film perché una storia di froci e lesbiche messa nelle mani di un tale che aveva realizzato una volgarità come “La ragazza di via Millelire” avrebbe dato luogo a un prodotto sicuramente turpe.

Guglielmi si era sempre dichiarato un “amico”, si vantava – prima di “millelire” –  di avermi “scoperto” (falso). Si consultava con me, ai tempi in cui dirigeva la sede regionale Rai. Mi chiedeva idee, proposte. Una volta, scherzando, gli prospettai l’ipotesi di realizzare tanti finti “stupri in diretta” o “vermicini”, l’atroce storia del bambino morto nel cunicolo. Eccitatissimo, con mia meraviglia, si diede da fare come un matto per dar corpo all’idea. Naturalmente io mi defilai immediatamente.

Nacque così la terza rete di Guglielmi, sulla base anche di queste premesse.

Come pensare di poter fare ancora film, cara mosca bianca?

Certo sarà la favola della “volpe e l’uva”: ma ti confesso che oggi io preferisco passare il tempo a ricostruire almeno un’ideologia, l’ideologia della dignità, magari in morte.

Con persone dalla statura morale d’un Grazzini o d’un Guglielmi non voglio avere a che fare, mai più.

Ma tu non mollare. Oltre ad essere bravo scrittore e autore, sei anche un uomo raramente generoso.

“Mosca bianca”, moltiplicati. Ce n’è gran bisogno.

I colleghi “affannati e perplessi” che tu detesti, non piacciono nemmeno a me. E infatti sono amati dalla critica ufficiale, longevissima, eterna come Andreotti.

Buon lavoro. Nella speranza di conoscerti presto.

Gianni Serra

Ricordo di gioventù della commediografa

Donatella Diamanti

catalogo-donatella--

Carrara. La mia città. 1980. Il cinema Garibaldi, straordinariamente recuperato in quegli anni per un progetto finalmente di senso, è gremito di giovani. Non ho memoria di signorine sorridenti che distribuiscono pop corn, patatine o cornetti (ancora la tranquillizzante comodità di certe multisala è lontana), ma piuttosto di un lieve odore di erba e di un brulicare di voci: un attimo prima che le luci si spengano, è tutto un darsi appuntamento dopo il film in qualche piazza o vicolo, o al circolo ARCI, unico ritrovo aperto fino a tarda notte, a meno che non si abbia voglia di prendere la via del mare e raggiungere la Versilia. Ma non sono anni da Versilia quelli. Non per noi almeno. Poi il buio, il silenzio, le immagini de La ragazza di via Millelire. E ci beviamo la storia di Betty Pellegrino e di quelli che incontra, popolo periferico costretto in confini ben diversi dai nostri, fatti di mare e monti (le cartoline del resto non riproducono la puzza ammorbante che in quegli anni ci regalano certe fabbriche), eppure così vicino, così plausibile, che è come scoperchiare un pozzo e star lì, a contemplare una verità che viene a galla.

E magari succede che a qualcuno Betty e quelli che incontra, ricorda/ano qualcuno incontrato, e a qualcun altro se stesso.

La fine è prossima; il mangianastri di Betty, appoggiato sul lavandino del bagno del centro d’incontro, a segnalarne il ritorno, sembra strapparci l’applauso. Ma ci fermiamo. Ancora non è tempo, non è lì che il cerchio si chiude. E allora tutti a studiare Verdiana, il suo sguardo, il silenzio, muta risposta all’imbronciato masticare di Betty. E poi a seguirla fino al balcone, dove l’operaio, per la prima volta le comunica, incredulo, l’inutilità del suo solito viaggio mattutino verso i lampioni. Per una volta le lampade sono sane. I vandali di sempre, commenta, forse sono diventati tutti miopi, oppure si sono stancati.

Oppure, direi, è sottile desiderio che non vi sia più bisogno di disperate proteste, è lieto non/fine, in cui, alla non esplosione delle lampade, fa da contraltare quella del chewing gum di Betty, che ha scelto Verdiana e da cui Verdiana si è lasciata scegliere. Senza abbracci, senza perdoni, senza retorica strappa lacrime. Come è giusto che sia, quando non ci si preoccupa dei buoni sentimenti.

Scrive Elsa Morante: “se uno scrittore, per preservare i buoni sentimenti, o piacere alle anime bennate, travisasse la tragedia reale della vita, che si confida a lui, commetterebbe quello che nel Nuovo Testamento, è dichiarato il peggior delitto: il peccato contro lo spirito, e non sarebbe più uno scrittore. Il movimento reale della vita è segnato dagli incontri e dalle opposizioni, dagli accoppiamenti e dalle stragi”.

Noi giovani con la g minuscola, che riempivamo la platea quella sera a Carrara, la mia città versione 1980, sicuramente sentivamo di aver visto qualcosa di diverso, di nuovo, qualcosa nato dallo stare dentro il “movimento reale della vita“, dall’ascolto; e al tempo stesso sentivamo che la storia di Betty, così poco rassicurante, accanto all’essere ritratto “di incontri e opposizioni, di accoppiamenti e stragi”, era anche tentativo  di indicare, proprio nell’ascolto, una strada possibile.

Se qualche adulto, qualche potente di provincia, fosse stato quella sera presente e avesse ascoltato l’applauso con cui accompagnammo lo scorrere dei titoli di coda, forse negli anni successivi il cinema Garibaldi non avrebbe chiuso i battenti, forse altri progetti sarebbero nati e la città, la mia città, si sarebbe distinta fra le molte, le troppe, che lasciano i giovani alle piazze, o ai bar, nel migliore dei casi…

Il Teatro Politeama è una specie di piccola città. La mia città adottiva. Cinquemila metri quadri di capannoni industriali, ristrutturati e trasformati in due sale teatrali per spettacoli e concerti, un pub libreria e un ridotto per piccoli eventi, un’arena all’aperto, attualmente utilizzata per la programmazione cinematografica in estiva, quattro aule in cui ogni giorno e ad ogni ora si svolgono laboratori con bambini, adolescenti, con insegnanti, con pazienti di centri diurni o di ex ospedali psichiatrici e con operatori. E’ uno dei quindici centri riconosciuti dal Ministero per la produzione e la programmazione di spettacoli teatrali rivolti alle giovani generazioni. Vale a dire che, accanto alla programmazione cosiddetta serale, da ottobre a maggio, gli allievi di buona parte delle scuole di ogni ordine e grado del territorio si recano, da un minimo di due a un massimo di quattro volte a teatro.

Produrre e programmare per i bambini, i ragazzi e i giovani, significa ogni giorno fare i conti con un progetto che non ti consente di bluffare. Produrre per i minori non significa produrre un prodotto minore. Nessuno di loro sceglie di venire a teatro, è la scuola che li porta. Da quando, era circa il ’93, sono entrata a far parte del “manipolo di irriducibili” che negli anni ottanta ha dato vita alla Cooperativa Sipario e alla Fondazione Sipario Toscana poi, mi interrogo, insieme ai miei compagni di avventura, sulla questione del destinatario, sull’importanza di inventare per un pubblico così straordinariamente vivo e spietato, storie capaci di restituire “il movimento reale della vita”; storie che senza presunzione o intenti moraleggianti, propongano strade possibili, alternative alle stragi. Ed ogni volta mi rispondo che, senza ascoltarli, i giovani, tutto ciò rischia di non andare oltre un presuntuoso prurito pseudo-artistico.

E’ in questo clima che è nato Senza Fissa Dimora. Liberamente ispirato a La ragazza di via Millelire, lo spettacolo non ne è un vero e proprio adattamento.  Per quanto la suggestione del film sia forte, e per quanto la mia Betty, proprio come la Betty raccontata da Gianni Serra, sia una ragazzina priva di radici e di punti di riferimento, si tratta pur sempre di una Betty nata vent’anni dopo. De La ragazza di via Millelire ho senza dubbio mantenuto alcune tracce narrative, focalizzando tuttavia l’attenzione soprattutto sul difficile rapporto fra Betty e Verdiana. Ferocemente desiderosa di essere messa in grado di scegliere la prima, spaventata all’idea di essere scelta, la seconda. Perché ciò che non è cambiato in vent’anni è proprio “la difficoltà di comunicazione, di incontro, di costruire percorsi insieme tra chi fa fatica e vive, sulla sua pelle, situazioni di disagio e di sofferenza e chi – nell’ambito delle istituzioni e dei servizi pubblici e privati – tenta di far rispettare le leggi e di offrire, alle persone in difficoltà, occasioni per cambiare”.  Da qui l’idea di far nascere attorno allo spettacolo un progetto di informazione e prevenzione attorno al disagio giovanile, grazie al fondamentale supporto del Gruppo Abele, che da tempo lavora sul campo, e che ha fatto della strada – “luogo di povertà, di bisogni, di linguaggi, di relazioni e di domande in continua trasformazione” – il punto di riferimento per il proprio lavoro.

Ma lo spettacolo è anche progetto attorno ad un film che i giovani avrebbero diritto di vedere; è tentativo di raccontarlo loro, attraverso le immagini che fanno da sfondo alla storia, attraverso i materiali che accompagnano lo spettacolo, attraverso l’incontro fra il pubblico e gli attori, che si usa far seguire dopo ogni replica con le scuole. Rendere pubblica la vergognosa e premeditata operazione di censura, che ha ridotto La ragazza di via Millelire, come lo stesso Gianni Serra ha dichiarato, alla condizione di un “surgelato infetto”. Contribuire, insomma, per quanto è possibile, a far sì che il tempo del disgelo non tardi a venire.

 Donatella Diamanti

Scritto pubblicato su Cinemasessanta

ENCICLOPEDIA DEL CINEMA IN PIEMONTE

Scheda a cura di Davide Larocca

La ragazza di via Millelire – Italia, 1980, 35mm, 110′, Colore
Altri titoli: The Girl from Millelire StreetRegia Gianni Serra

Soggetto Gianni Serra, Tomaso Sherman, Tiziana Aristarco

Sceneggiatura Gianni Serra, Tomaso Sherman

Collaborazione alla sceneggiatura: Maurizio Tovo

Fotografia Dario Di Palma

Operatore Dante Di Palma

Musica originale Luis Enríquez Bacalov

Musiche di repertorio Ska-ters

Montaggio Maria Di Mauro

Scenografia Silvestro Calamo

Costumi Stefania Benelli

Trucco Irma Malvicino

Interpreti: Oria Conforti (Betty), Lucia Sturiale (Carmela), Roberto Signorile (bambino), Francesco Pugliese (operaio), Fernanda Ponchione (Giuliana), Lisa Policaro (Luisa), Mario Orlando (Primaldo), Maria Monti (Verdiana), Sandra Giuffrida (bambina), Bruna Garbero (Prosperosa), Maria Teresa Martinengo (Nanà), Gipj (Mario Rubatto)

Canzone: Solo dolci e un po’ di rock degli Ska-ters.

Il film ebbe, tra i delegati alla produzione Rai, Sergio Ariotti e Bruno Gambarotta; fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 1980. Suscitò disapprovazione tra i consiglieri comunali allora all’opposizione a Torino, che criticarono il sindaco del capoluogo piemontese, Diego Novelli, per aver collaborato con il regista di una pellicola che, a loro dire, screditava la città. Non piacque neanche ai rappresentanti dei comitati di quartiere della zona di via Artom, nella quale la storia è ambientata, che raccolsero quasi cinquecento firme affinché l’opera non venisse immessa nei circuiti cinematografico e televisivo.

Il film ha ispirato uno spettacolo teatrale, Senza fissa dimora, di Donatella Diamanti

Sinossi

Elisabetta Pellegrino, detta Betty, ha tredici anni, vive alla periferia Sud di Torino ed ha alle spalle una famiglia di immigrati meridionali incapace di accudirla. A lei cerca di badare Verdiana, una delle responsabili di un centro d’incontro del quartiere, che tenta ripetutamente di inserirla in una struttura d’accoglienza, ma invano. Betty scappa ogni volta.

Dichiarazioni

«La ragazza di via Millelire presentava problematiche sociali talmente urgenti da risultare scomode e di difficile soluzione immediata. La pellicola risultò troppo “vera”, rappresentando quasi un atto di accusa verso le istituzioni di allora che condizionarono la critica, forse impreparata ad un tema sociale così scottante. Di conseguenza le recensioni negative al film tennero lontano dalle sale il grande pubblico, che perse I’occasione    di vedere rap­presentato con largo anticipo uno dei film di denuncia sociale che tempo dopo vennero largamente proposti […] Con Gianni Serra fu un rapporto di padre-figlia: una quindicenne alla prima esperienza ha bisogno di tutta la com­prensione possibile e devo dire di averla ottenuta, assieme alla sua disponibilità ed al suo affetto, visto anche l’ar­gomento molto delicato che si doveva trattare. Coi colleghi, miei coetanei, si proponeva un giornaliero confronto sui problemi che erano naturalmente comuni. […] Nonostante avessi nessuna esperienza di recitazione venni scelta attraverso un normale provino su una rosa di 3500 aspiranti. Risultai molto più bambina rispetto alle mie rivali, e forse fu proprio questo il motivo che mi fece preferire a tutte. […] Si possono vedere nella società attuale gli stessi problemi presenti allora: I’emarginazione delle categorie sociali più basse assieme al disagio degli extracomunitari, la violenza consumata ai danni delle donne e dei bambini, I’alienazione di persone che vivono ai margini della società, senza speranze e senza futuro. […] La ragazza di via Millelire è stata la mia unica esperienza cinemato­grafica. Non ho più fatto nulla di importante tranne alcune partecipazio­ni televisive sotto la direzione di Massimo Scaglione. Successivamente condussi un programma per bambini per una televisione locale pie­montese. Da molti anni non lavoro più nel settore, anche se a volte penso che mi sarebbe piaciuto continuare» (O. Conforti, “Mondo Niovo 18-24 ft/s” n. 2, 2006).

La ragazza di via Millelire è un dramma cupissimo, senza redenzione; racconta storie senza progettualità di personaggi che vivono alla giornata, privi di prospettive, uniti da legami basati solo sugli interessi personali. I protagonisti, degradati moralmente, sono mossi dalle leggi della sopraffazione e della vendetta; deprivati socialmente, riescono a dare valore solo ai beni materiali: alle motociclette potenti e ai vestiti alla moda che arrivano da Milano.

L’opera fu stigmatizzata dagli abitanti di via Artom: questi temevano che, a causa del film, per i giovani della zona sarebbe stato ancora più difficile trovare un lavoro ed in generale farsi accettare dalla società. In effetti, il film non può avere la pretesa di ritrarre fedelmente una realtà complessa come quella di un quartiere in cui, a fianco di famiglie disastrate, vivevano onesti lavoratori. Inoltre, l’immagine della zona era già stata in passato oggetto di tentativi di spettacolarizzarne il degrado in maniera artificiosa; nel 1972, ad esempio (otto anni prima del film), una troupe televisiva romana che collaborava saltuariamente con la Rai aveva provato a realizzare un servizio sul disagio minorile nella zona fornendo di proposito sigarette agli alunni della scuola elementare di via Millelire (l’Adelaide Cairoli).

Il lungometraggio di Gianni Serra non inventa però niente. Parla di droga e questa piaga interessò davvero la zona in maniera massiccia. Racconta di una ragazzina di dodici anni incinta e realmente si verificarono casi simili, nella zona: lo ricorda l’ex-sindaco di Torino, Diego Novelli, in una pubblicazione dedicata al quartiere edita vent’anni dopo La ragazza di via Millelire (Angelo Castrovilli e Carmelo Seminara, Mirafiori, la città oltre il Lingotto. Storie di via Artom e dintorni, Mentelocale, Torino, 2000). Descrive il fenomeno del vandalismo: effettivamente i lampioni del quartiere erano sistematicamente danneggiati ogni sera, come si vede nel film; operai del Comune, per ordine del sindaco, sostituivano le lampadine rotte ogni mattina, finché un bel giorno trovarono  lampioni intatti.

Il lungometraggio, accolto male alla Mostra del Cinema di Venezia del 1980, è caratterizzato da un linguaggio scurrile, aderente al gergo utilizzato dai ragazzi torinesi. È interpretato perlopiù da attori non professionisti, reclutati nella zona di via Artom. A proposito del rapporto tra questi e il regista Gianni Serra, la protagonista del film, Oria Conforti, ha ricordato (durante una proiezione del film tenutasi nel giugno del 2006) che molti dei ragazzi provenivano da situazioni familiari assai difficili e che talvolta liti domestiche particolarmente violente impedivano loro di partecipare alla lavorazione dell’opera; Serra era riuscito a diventare per questi giovani un punto di riferimento, una figura da cui poter farsi ascoltare.

Il film si avvale di un montaggio serrato, in grado di donargli un ritmo che poche altre produzioni italiane dei primi anni ’80 possono vantare.

L’autore della musica originale de La ragazza di via Millelire, Luis Enriquez Bacalov, ha vinto Oscar e Nastro d’Argento per la migliore colonna sonora firmando le musiche de Il postino, film di Massimo Troisi (1994). Il curatore della fotografia, Dario Di Palma, ha lavorato anche in film come Amore tossico (1984) di Claudio Caligari, Brutti sporchi e cattivi (1976) di Ettore Scola, Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972) di Lina Wertmüller e Porci con le ali (1977) di Paolo Pietrangeli.

Nel lungometraggio si vedono scorci di piazza XVIII dicembre (Porta Susa) e soprattutto location della periferia Sud di Torino. Non compaiono mai le case popolari di via Artom, rione in cui la vicenda è ambientata (sono visibili invece in Trevico-Torino viaggio nel Fiat-nam di Ettore Scola, 1973). Le riprese mostrano le non lontane abitazioni di via Negarville, simili esteticamente ma differenti per un particolare ben visibile: i palazzi di via Negarville, a differenza di quelli di via Artom, sono dotati di balconi. Altri luoghi facilmente riconoscibili sono piazza Bengasi e via Pracavallo a Nichelino, entrambe molto vicine a via Artom.

La protagonista del film porta sempre con sé un mangiacassette; in una scena Betty canticchia due versi (“Non vado a un appuntamento senza un fiore/ma non confondo il sesso con l’amore”) di Sono un pirata, sono un signore di Julio Iglesias.

«Tratto fondamentale de La ragazza di via Millelire (come di non poche analoghe operazioni precedenti), la particolare accentuazione dello iato intercorrente fra intenzioni ed esiti. Da una parte, indipendentemente dalle contrastanti, e volonterosamente avallate, dichiarazioni dell’autore sull’antinaturalismo, risulta particolarmente vistosa in assai larghi brani del film una tendenza (di fatto “ingenua”) a catturare “la vita com’è”, in una chiave che finisce, all’interno di un’elaborazione deliberatamente “antidocumentaria”, per farsi quasi documentaristica: ciò si verifica soprattutto, ed è comprensibile, allorché ci si sposta dalle vicende dei “personaggi” singoli al corale rispecchiamento d’un maggior numero di presenze. […] Non s’intende sottovalutare né tanto meno irridere, va da sé, i risvolti reali d’una situazione regressiva disperata e probabilmente, nei fatti, irreversibile: ma sottolineare come un livello talmente alto di concentrazione finisca talora per far scaturire, in chi guarda, reazioni d’incredulità o peggio di ilarità, certo ingiustificabili ma in qualche misura comprensibili» (N. Lodato, “Cineforum” n. 9, settembre 1981).

«Mi sembra che la questione della lingua sia uno dei temi centrali considerati da Serra in La ragazza di via Millelire. Trattando di realtà sociali crudamente esistenti, i numerosi quartieri/ghetto di Torino, egli parte dal reperimento di un linguaggio comune usato dalla popolazione giovanile qui protagonista. Il linguaggio è una sorta di gergo a metà tra quello della malavita e un “sinistrese” deperito, di cui mantiene un’aura contestativo-populista, che opera una distruzione sistematica del dialetto ed è basato sull’ossessiva ripetizione di interiezioni come “dioffà” o “picio”, di origine piemontese mescolate ad altre di ascendenza meridionale tipo “minchia”. Questa lingua gergale, povera e violenta, testimonia l’afasia e l’avvenuto “black-out” comunicativo tra il mondo degli adolescenti emarginati e la città […]. Il lnguaggio viene così a perdere la sua funzione propria e peculiare, diventa spesso brusio di fondo, rumore. […] La Torino di gozzaniana memoria “come un’antica stampa bavarese” è soltanto un simulacro “d’altri tempi” che ignora/rimuove la realtà delle varie Via Artom e dei quartieri popolari, veri e propri luoghi d’incubazione di violenza ed emarginazione» (I. Franchi, Cinema Nuovo” n. 273, ottobre 1981).

«[…] il lavoro del regista Gianni Serra, ambientato e girato nella periferia sud di Torino nel 1981 – principalmente in una via Artom e nel­l’omonima via Millelire simboli di un degrado urbano e sociale legato all’im­migrazione meridionale richiamata dal miraggio Fiat – subì un vero e pro­prio fuoco di fila dalla critica del periodo, e lo ricorda anche Diego Novelli, allora sindaco di Torino: “Conoscevo Serra e gli diedi una mano per il film. II lungometraggio, prodotto dalla Rai regionale di Torino, mi portò anche qualche guaio in consiglio comunale. Ci fu più di un’interrogazione degli esponenti democristiani e liberali. Mi accusavano di non aver preso posi­zione contro ‘un’opera che denigrava Torino’. Ma allora quella era la Torino delle periferie”. Non mancarono anche le petizioni dei residenti, che non si riconoscevano nel ritratto fatto da Serra del quartiere. Eppure quello era il mondo della periferia in tutte le grandi città italiane. Pasolini, a cui alcune atmosfere del film si richiamano, ne aveva già tracciato un ritratto con i suoi Ragazzi di vita. Novelli fa un esempio, ripreso anche nella sceneggia­tura, delle situazioni quasi paradossali che il Comune si trovava ad affron­tare: “In via Artom spaccavano tutte le notti le lampade dei lampioni pubblici. A questo punto ho voluto vedere chi aveva la testa più dura. Così, tutte le mattine, mandavo una squadra di operai a sostituirle. Loro rompe­vano e noi aggiustavamo. Alla fine si sono stufati loro”. Tra i protagonisti del film, antesignano misconosciuto di un genere poi diventato famoso con Mery per sempre del regista Marco Risi, ci sono i ragazzi del quartiere. Oria Conforti ricorda il rapporto con loro e con il regista: “lo, pur arrivando non da quell’ambiente, mi trovai benissimo. Eravamo in sintonia. Avevo quindici anni e I’irrequietezza adolescenziale era la stessa. Gianni, poi, aveva un rapporto meraviglioso con loro. Li aveva conosciuti ad uno ad uno mesi prima. Alcuni arrivavano da situazioni fami­gliari disastrate. Molti si confidavano con lui, gli chiedevano consigli su come affrontare i problemi di tutti i giorni”. Alla prima del film, fatta al cinema Massimo di via Verdi a Torino, i ragaz­zi di via Artom ci furono al completo, e alcuni di loro andarono anche alla mostra del cinema di Venezia. Qui arrivò la cocen­te delusione della stroncatu­ra critica, tanto da sinistra, che con un certo snobismo non voleva lavare i panni sporchi in pubblico, quanto dai conservatori che ne facevano una questione di “buona crean­za”. Non accet­tavano un’opera che oggi si definirebbe di “docufiction”, dove si fotografa la realtà e tra il pubblico e la storia non ci sono filtri. A partire da un linguaggio crudo, zeppo di paro­lacce e di bestemmie e da immagini in cui il mondo della droga, la violen­za di uno stupro o il pestaggio di un ragazzino, sono un voluto pugno nello stomaco dello spettatore. Oggi La ragazza di via Millelire è un film da far rivedere, per insegna­re alle nuove generazioni e alle istituzioni un pezzo della nostra storia recente ed evitare, se possibile, che certe situazioni si ripetano. La ban­lieue francese docet» (A. Gaido, “Il Mio Quartiere” n. 23, 29 giugno 2006).

Davide Larocca

ANCORA AURELIO GRIMALDI NELLA RIVISTA STILOS

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ARTICOLO

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***

QUI RIPORTO UNA RECENSIONE DI “LA RAGAZZA DI VIA MILLELIRE”

APPARSA IN VARIETY

CLICCATE:

VARIETY PAG 36

VARIETY COP ***

QUI RIPORTO UNA RECENSIONE DI “LA RAGAZZA DI VIA MILLELIRE”

APPARSA SU RINASCITA DEL 1999

CLICCATE:

LA RINASCITA

***

QUI RIPORTO IL FASCICOLO STAMPA

PER LA PRESENTAZIONE UFFICIALE DEL FILM

“LA RAGAZZA DI VIA MILLELIRE”

IN CONCORSO AL FESTIVAL DI VENEZIA 1980

SEZIONE OFFICINA

CON TRAMA – CAST – FILMOGRAFIA – PRODUZIONE – RUOLO DEL COMUNE DI TORINO – NOTA DEL SNDACO DIEGO NOVELLI

E UN PROFILO DEL REGISTA SCRITTO DA

UGO BUZZOLAN 

CLICCATE:

LA RAGAZZA DI VIA MILLELIRE

 ***

6 pensieri su “La ragazza di via Millelire

  1. Oria Conforti

    Dopo moltissimo tempo dall’accadimento dei fatti mi trovo a parlare al riguardo di critiche ed opinioni sul film. Il motivo di tale ritardo sta nella giovane eta’ che avevo allora e forse anche alla poca coscienza dell’importanza delle problematiche in esso trattate. Oggi penso che la denuncia contenuta nel film fosse allora troppo pesante per essere accolta e quindi poter essere usata come punto di partenza per un cambiamento. A Gianni Serra voglio esprimere profonda gratitudine per avermi resa partecipe di quel progetto che, grazie alla sua sensibilita’, ha saputo rendere indimenticabile. Ad Aurelio Grimaldi rivolgo un sincero ringraziamento per aver “difeso” il film e soprattutto aver compreso, condiviso e diffuso il significato vero in esso contenuto.

    Rispondi
  2. Dario Basile (@Antropolab)

    La ragazza che ho sempre conosciuto
    Ci sono film che ti sono da sempre familiari e non sai il perché, credi di averli già visti, ma in realtà ne conosci solo la fama. A me è capitato con “La ragazza di via Millelire” di Gianni Serra, che venne girato a Torino non lontano da dove abitavo. Ero ancora un bambino quando uscì nelle sale e nel mio quartiere di quel film se ne è sempre parlato. Un giorno, poi, durante l’inaugurazione di una biblioteca civica venne proiettato e fu lì che lo vidi per la prima volta. Poi persi di vista la pellicola ma alle volte nella vita le strade si ricongiungono e così pochi anni fa ho avuto occasione di riavvicinarmi a questo lungometraggio e di riscoprirlo. Stavo conducendo un’indagine sui figli degli immigrati interni, che negli anni Sessanta giunsero in massa a Torino. Mi interessavano quei luoghi della città un tempo emarginati, volevo ricostruire la vita di quelle strade che negli anni avevano acquisito una cattiva fama e che erano divenute note alle cronache cittadine per i numerosi atti di criminalità minorile. Mi torna in mente il film di Serra. Lo cerco ma non è facile trovarlo, alla fine lo recupero nella cineteca del Museo del Cinema e capisco che è ciò che cercavo. La pellicola restituisce il maniera vivida la vita difficile dei ragazzi in quelle desolate periferie, edificate in emergenza dopo l’arrivo dal Meridione di migliaia di persone. Il film, come i suoi protagonisti, ebbe vita difficile perché riferisce di una realtà troppo cruda per essere raccontata. Era meglio dimenticare; in quegli anni, in quelle vie, andava in scena il risvolto lacerato del vestito buono della città, perché farlo vedere? Per fortuna, però, il film venne proiettato e poi trasmesso in tv ed oggi ha un incredibile valore storico. “La ragazza di via Millelire” racconta ciò che altri non volevano vedere ed anche negli anni successivi di quelle realtà se ne è parlato poco. A quasi nessuno è interessato sapere che fine avessero fatto i ragazzacci cresciuti in quelle vie emarginate. Come ebbe a dire il critico cinematografico Tullio Kezich: “Non sarà gradevole il discorso di Gianni Serra, ma non è certo inutile”. Al contrario è sicuramente utilissimo, per ricostruire un pezzo di storia forse ancora da narrare e per avere degli spunti interessanti per interpretare la realtà dei giorni nostri.

    Dario Basile
    http://www.leviesbagliate.it

    Rispondi
  3. Enzo Miccoli

    Erano anni che cercavo questo film, a mio parere bellissimo, che non ha nulla da invidiare ad altri classici di neorealismo dei grandi maestri degli anni 50, ovviamente ambientato in quella che era la Torino degli anni 70-80 che ho vissuto da adolescente. Ricordo, ancora ragazzino, quando assistetti alle riprese che si erano tenute nella mia zona.
    Grazie Maestro Serra e peccato che non le sia stato tributato quel successo che avrebbe meritato. Grazie Oria, anche tu avresti meritato una carriera da grande attrice, quale sei.

    Rispondi

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